Percorso tra chiese e Santelle
SUSSIA E DINTORNI - ITINERARIO A PIEDI TRA CHIESE, SANTELLE E BORGHI DI SAN PELLEGRINO TERME
Il secondo giorno di maggio
Chiese e santelle delle contrade di San Pellegrino Terme
Introduzione
Il secondo giorno di maggio, per secoli, era il giorno delle rogazioni lunghe. La processione partiva dalla parrocchiale e faceva il giro delle contrade — Pernazzaro, il Mulino, Aplecchio, la Botta, Frasnito, la Ripa — a benedire i campi, e lungo il cammino si distribuiva pane di frumento a chi la seguiva, come voleva un legato del 1630. Questo itinerario ricalca quel gesto: un anello che tiene insieme le chiese e le santelle costruite, una per una, dagli abitanti delle contrade.
Tredici tappe, un anello attorno alla conca di San Pellegrino: chiese di contrada, cappelle di montagna, piccole santelle lungo i sentieri.
Per capirle bisogna immaginare com’era il paese prima delle strade. Le contrade stavano aggrappate ai due versanti, a un’ora e mezza di cammino dalla parrocchiale, e la strada — dicono i documenti antichi — era «scoscesa et precipitosa»: d’inverno la neve la chiudeva per settimane e portare i sacramenti a un malato diventava un’impresa. Così gli abitanti si costruirono le loro chiese, impegnandosi davanti al vescovo a mantenerle «in perpetuo», e le arredarono con quello che potevano: qualche volta un quadro di bottega, qualche volta l’opera di un pittore che a Venezia era già famoso, arrivata quassù per la devozione di un compaesano emigrato.
Il percorso parte e arriva in centro, dalla chiesa parrocchiale, e si può fare per intero in una giornata o dividere in tratti; il versante orientale coincide in buona parte con il sentiero CAI 506C, che sale ad Alino e Cà Boffelli. Molte di queste chiese si aprono solo per la festa della contrada.
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Il cartiglio sopra il portale, con l’iscrizione PORTA COELI e la data MDCCXXXIX, 1739. |
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1. Chiesa prepositurale
Dedicata a san Pellegrino vescovo e martire · Centro, piazza San Francesco
Il disegno della facciata della chiesa parrocchiale, degli anni Venti dell’Ottocento
La chiesa sorge dove per secoli si sono incrociati tutti i sentieri della conca — la località si chiamava Opel, dal nome dialettale dell’acero — ed è la più antica istituzione del paese: documenti anteriori al 1400 la attestano già come parrocchia matrice di vasta giurisdizione, dalla quale si sarebbero staccate Fuipiano nel 1462 e Santa Croce nel 1482. Il titolare, Pellegrino, è un santo d’oltralpe: secondo la tradizione fu mandato da Roma nel III secolo a evangelizzare la Gallia, divenne il primo vescovo di Auxerre e lì subì il martirio. Come sia arrivato in fondo a una valle bergamasca non lo sappiamo; sappiamo che il paese ne ha preso il nome.
Della chiesa precedente, quattrocentesca e orientata al contrario rispetto all’attuale, restano gli arredi. Il più antico è la Deposizione dalla Croce, olio su tela del primo Cinquecento attribuito a Giovanni Cariani, oggi sul primo altare a destra entrando: le tre croci sul Golgota, il corpo di Cristo calato con le scale e raccolto dalle Marie, e fra i personaggi uno in costume turchesco col turbante. Cariani — al secolo Giovanni de’ Busi, di famiglia originaria di Fuipiano al Brembo — si formò a Venezia fra Giorgione e Tiziano e lavorò a lungo a Bergamo.
Dalla vecchia chiesa vengono anche il pulpito ligneo seicentesco, la statua vestita della Madonna del Rosario con i quindici quadretti dei misteri e la pala dell’altare della Beata Vergine del Carmine: la Vergine col Bambino che protende lo scapolare e, in basso, san Rocco fra i santi Sebastiano e Pellegrino. È di Carlo Ceresa (San Giovanni Bianco, 1609 – Bergamo, 1679), il pittore della Val Brembana, ritrattista di volti sobri e diretti che lavorò molto per le chiese della valle; il quadro stava sull’altare di San Rocco nella chiesa antica.

La chiesa attuale fu iniziata nel 1715 dal parroco Giovan Battista Gavazzeni, si fermò per dieci anni e fu ripresa nel 1727. La pagarono i parrocchiani, che lavoravano in cambio del vitto, e le offerte raccolte a Venezia fra i sampellegrinesi emigrati. Sull’architrave del portale in marmo nero è incisa la scritta Porta Coeli e la data 1739.
Nel 1732 arrivò da Venezia l’ancona dell’altare maggiore, 4 x 3.40 metri: il Martirio di san Pellegrino, il vescovo in abito pontificale davanti al pretorio di Gallieno che lo condanna. Il registro dei sindaci la dice donata da Gian Paolo Sonzogno e «fatta venire da Venezia per mano del Longhi pittore famoso, stimata da’ Rizzi e Tiepoletto di gran valore» — cioè giudicata da Sebastiano Ricci e da Giovan Battista Tiepolo. L’autore è Pietro Falca, detto Pietro Longhi (Venezia, 1701-1785), che sarebbe poi diventato il pittore delle scene di vita veneziana: la tela di San Pellegrino è la sua prima opera autonoma, dipinta appena uscito dalla bottega del maestro Antonio Balestra.
La facciata prima del completamento del 1941
Negli anni seguenti la chiesa si completò: l’organo Serassi, commissionato nel 1734 all’organaro bergamasco; il coro in noce, donato nel 1745 da Benedetto Sonzogno e intagliato da Antonio Manzoni; il campanile, deliberato in assemblea il 31 maggio 1753 e costruito «un puoco all’anno, conforme alle elemosine», con l’orologio e la raggiera dorata di Pietro Gritti di Miragolo; le campane, fuse nel 1845 dalla ditta Bizzozzero di Varese. La facciata, voluta nel 1825 dal parroco Volpi, fu completata nel 1941 su disegno di Luigi Angelini, con il ceppo di Poltragno del marmista Giovanni Rota e lo stemma modellato da Carlo Carrara; sulla sommità del timpano sta la statua in pietra di san Pellegrino, che era già nella nicchia della facciata antica.
L’interno che si vede oggi è il risultato di due grandi campagne. Nel 1893 il decoratore milanese Carlo Cavallotti dipinse le grisaille delle arcate, degli archi dei matronei e delle cappelle, sostituendo gli stucchi settecenteschi e le scritte che correvano sulle volte; i tre medaglioni erano dei pittori fiorentini Achille Ferrari e Pizzante, e Osvaldo Bignami di Lodi dipinse le cantorie dell’organo con angeli, grottesche, santa Cecilia e re Davide. Nel 1952, su progetto dello stuccatore Francesco Ajolfi, arrivarono le decorazioni a cassettoni con rosoni nella volta del coro e della navata e tutti gli stucchi sopra il presbiterio; i due medaglioni della navata furono allora sostituiti con la Gloria dei santi e la Madonna assunta del pittore Pasquale Arzuffi, aiutato dal figlio Luigi. 
La facciata dopo il completamento del 1941, su
disegno di Luigi Angelini.
2. Santella della Madonna di Ardesio
Dedicata alla Madonna di Ardesio · All’inizio della piana di Frasnito
Una piccola cappella di proprietà privata, eretta nei primi decenni del Novecento all’inizio della piana. Fuori è modesta; dentro, guardando dal cancello, si apre una decorazione inattesa: tre tele occupano per intero le tre pareti in muratura, incorniciate da una struttura in ferro battuto a decorazione dentellata che tiene insieme tutto l’insieme.
Al centro, centinata e inserita in un’architettura dipinta con due lesene che portano gli emblemi del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, c’è l’immagine della Madonna di Ardesio, la Madonna col Bambino fra angeli; sopra l’architettura si scorge la discesa dello Spirito Santo. Sulla parete di destra è dipinto sant’Antonio da Padova, su quella di sinistra san Gaetano; le due figure stanno dentro riquadrature accanto alle quali corrono decorazioni floreali e le immagini delle chiese principali dove quei santi sono venerati.
La dedicazione rimanda al santuario della Val Seriana, sorto dopo l’apparizione del 1607 e diventato in pochi decenni la meta di pellegrinaggio più frequentata della bergamasca: chi tornava da Ardesio portava a casa l’immagine, e santelle come questa sono il segno di quella devozione arrivata fin qui.
3. Chiesa di Frasnito
Dedicata alla Beata Vergine di Lourdes · Contrada Frasnito
Frasnito volle la sua chiesa nel 1908, l’anno del cinquantesimo delle apparizioni di Lourdes: una devozione allora giovanissima, che Pio X aveva appena esteso a tutta la Chiesa. Fu costruita fra il 1908 e il 1909 dall’impresa di Angelo Gherardi, con il lavoro volontario degli abitanti e le offerte delle famiglie; la sacrestia arrivò nel 1910, il campanile nel 1911. Della statua della Madonna di Lourdes che si venera all’interno si conosce anche il donatore, Francesco Baroni della Vetta.
La benedizione, il 14 settembre 1911, fu una giornata memorabile: la celebrò monsignor Francesco Sogaro, arcivescovo titolare di Amida e già vicario apostolico dell’Africa centrale, successore del cardinal Massaja — un vescovo missionario in una chiesetta di contrada. La sua fotografia, con i nomi dei presenti scritti sul retro, è ancora in sacrestia.
L’architettura è semplice: un timpano sostenuto da due lesene d’angolo, l’interno quasi privo di decorazioni, l’abside rialzata rispetto all’aula. La via crucis dipinta è di Vincenzo Salvi.
Il ricordo più diretto di quel cantiere è in una lettera del 1954 di suor Terenzia Baroni, missionaria originaria della contrada: «quando è stata fabbricata, i capi famiglia della contrada hanno dato la moneta e noi ragazze si portava il materiale».
4. Chiesa della Vetta
Dedicata a Santa Maria Assunta · Località Colle, alla Vetta
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La Vetta prima della costruzione della chiesa, con la stazione superiore della funicolare e il ristorante. |
La chiesa della Vetta in una fotografia scattata prima della costruzione della strada. |
È la chiesa della San Pellegrino delle ville e delle estati in quota. Negli anni Dieci del secolo scorso le famiglie milanesi che passavano qui la stagione erano ormai una piccola comunità: ascoltavano la messa nell’oratorio privato della contessa Amalia Dolfin Rocchetti, autorizzato dal vescovo «attesa la distanza dalla parrocchia», e intanto chiedevano una chiesa vera. Il progetto è di Luigi Angelini e risale al 1915-16 — la commissione diocesana per l’arte sacra lo approvò il 5 febbraio 1915 — ma la guerra fermò tutto: l’edificio fu costruito solo nel 1929, in pietra locale, con la direzione dei lavori del capomastro Donati e l’impresa Gandi. La data, 1929, è incisa su uno spigolo esterno.
Lo schizzo prospettico della chiesa nel paesaggio della Vetta, dallo stesso progetto.
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Il progetto di Luigi Angelini per la chiesa della Vetta: la facciata, gennaio 1915. |
Il progetto di Luigi Angelini: il fianco della chiesa con il campanile. |
L’interno fu decorato dal pittore bergamasco Giovanni Fasciotti, lo stesso che pochi anni prima aveva lavorato nel presbiterio del Tempio dei Caduti, e ospita cinque statue coeve: l’Assunta al centro, il Sacro Cuore e sant’Anna ai lati dell’altare, santa Teresa di Gesù Bambino e sant’Antonio da Padova in fondo all’aula. Nel 1930 due sbalzi con il volto di Cristo e della Vergine, opera di Edoardo Saronni, furono donati da Teresa Saronni e C. Rota.
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L’interno della chiesa verso il 1950, con l’Assunta sopra l’altare e, nelle nicchie laterali, il Sacro Cuore e sant’Anna. |
In chiesa è incorniciata la pergamena del 1° settembre 1929, con le firme delle famiglie che vollero l’edificio: «Questo Tempio, sorto da purissima fede e da forte amore alla Beata Maria Assunta in Cielo, i Milanesi e gli altri villeggianti, con l’aiuto dei Sampellegrinesi, vollero solennemente dedicato».
5. Cappella Madrera
Dedicata alla Madonna delle Grazie · Sopra la Vetta, sul sentiero per Sussia
Una santella antica in un punto panoramico del versante, di quelle che nei registri parrocchiali si chiamano tribuline: il libro cassa della confraternita del Rosario, che ne aveva la responsabilità, registra puntualmente le «limosine della tribulina madrera». Architettonicamente è essenziale, un vano aperto da un arco a tutto sesto.
Dentro, gli affreschi risalgono alla prima metà del Seicento. Quelli lungo le pareti sono ancora gli originali, come il Dio Padre benedicente sull’involto: sulla parete di sinistra santa Chiara, sant’Antonio abate e san Sebastiano, su quella di destra santa Caterina d’Alessandria, san Nicola e san Rocco. L’affresco di fondo fu invece sovrapposto nel 1793 la data è scritta sopra la pittura e raffigura la Madonna delle Grazie fra san Giovanni Battista e san Pellegrino; in alcuni punti, sotto, si intravede ancora l’immagine precedente.
6. Chiesa di Sussia
Dedicata a san Michele Arcangelo e sant’Anna · Contrada Sussia, 1013 m
Nel 1718 gli abitanti di Sussia scrissero al vescovo di Bergamo con un argomento difficile da respingere: la contrada era a tre miglia dalla parrocchiale, la strada «scoscesa et precipitosa», e d’inverno il ghiaccio e la neve «sin a due e tre braccia» la chiudevano del tutto, tanto che a stento si trovavano due o tre persone disposte ad accompagnare il sacerdote che portava il viatico. Lo stesso parroco appoggiò la richiesta ammettendo che gli «rimordeva la coscienza». Facevano notare che in contrada c’erano già tre oratori, due antichissimi, e chiedevano di poter celebrare in quello sulla costa del monte Falgaro — l’attuale chiesina — impegnandosi a mantenerlo per sempre. Il permesso arrivò la Vigilia di Natale.
Il piccolo complesso si compose nel Settecento: il campanile nel 1752, per mano di Lorenzo Sonzogno; l’altare intagliato da Pietro Pietrasanta, di cui restano la cornice del quadro e il tabernacolo; l’armadio della sacrestia del falegname Pietro Manzoni di Fuipiano. Nel 1753 fu pagata la grande pala di San Michele e Sant’Anna, montata sul muro due anni dopo. Galizzi la diceva «di buono ma ignoto pennello»: sono i pagamenti d’archivio a restituirle il nome dell’autore, il pittore Giovanni Colombo. La pala è oggi in parrocchiale, sopra la porta laterale nord, mentre in chiesetta se ne vede una copia; al suo posto, sull’altare, stanno una nicchia con la statua vestita della Madonna del Rosario e un ovale con il patrono.
7. Oratorio di Vettarola
Dedicato a san Michele Arcangelo · Sulla strada fra Cà Boffelli e Vettarola
La chiesetta sta in un prato affacciato sul panorama della media Valle Brembana, lungo la strada che collega le due contrade. È in territorio di San Pellegrino Terme, ma appartiene alla parrocchia di Fuipiano al Brembo.
Con ogni probabilità fu eretta nel Seicento dagli abitanti delle due contrade, o da alcune famiglie del luogo, ed era allora una semplice cappella aperta, chiusa da un cancello di legno. L’aspetto attuale si deve al 1833: come ricorda l’iscrizione in controfacciata, il benefattore Michele Carobbio, che ne aveva il giuspatronato, la trovò quasi diroccata e la fece ricostruire, ampliare e ornare a proprie spese.
Facciata e pareti sono intonacate di bianco, l’ingresso ha stipiti in pietra e un portale a due ante con un rustico catenaccio in ferro; sul retro del tetto a due spioventi si alza un campaniletto ad arco con una sola campanella. Dentro, una navata unica coperta da volta a botte, la zoccolatura dipinta a finto marmo, il pavimento in cotto. Sulla parete di fondo è appeso il quadro della Madonna col Bambino e i santi Giovanni evangelista e Michele arcangelo.
8. Chiesa dei Sette Dolori
Dedicata alla Beata Vergine Addolorata · Sulla strada che da Alino porta a Cà Boffelli
Questa piccola chiesa nasce da qualcosa che oggi chiameremmo leggenda e che per chi passava di lì era semplicemente la realtà. In quel tratto di versante i sassi franavano spesso, e la gente diceva di «sentire»: rumori nel bosco, ombre che attraversavano il sentiero. La voce di contrada attribuiva quelle presenze a una donna del paese, soprannominata Vento perché camminava sempre di corsa. La cappella fu costruita per mettere il passaggio sotto la protezione della Vergine Addolorata, la Madonna dei Sette Dolori, l’immagine mariana della sofferenza, la più invocata nei luoghi di pericolo; da allora, si racconta, le ombre non si videro più.
I dipinti che si vedono all’interno risalgono all’ultimo restauro, del 1964: al centro la Madonna dei Sette Dolori con il cuore trafitto da sette spade, a sinistra san Bernardino da Siena, a destra sant’Andrea.
9. Chiesa di Alino
Dedicata a san Bernardino da Siena e san Lino · Contrada Alino
Alino è frazione del Comune di San Pellegrino Terme, ma sul piano religioso appartiene alla parrocchia di Fuipiano al Brembo. L’oratorio fu eretto verso il 1450 dove esisteva già una cappella medievale dedicata a san Lino — e da lì viene forse il nome del paese: ad Linum, Alino. L’edificio più antico risaliva al XIII secolo ed era sostenuto dalla famiglia dei Busi, i cui esponenti più facoltosi erano emigrati a Venezia.
A metà Seicento Alino tentò di rendersi parrocchia. Un emigrante del paese, Cristoforo Milesi, morto a Ferrara nel 1643, aveva lasciato alla chiesa mille scudi, una rendita che bastava a mantenere un cappellano con quattro messe alla settimana; forti di quel lascito, il 12 giugno 1644 gli uomini di Alino, Vettarola, Cabruciate, Piazzacava e Paccacorna si riunirono davanti a un notaio di San Giovanni Bianco e decisero di staccarsi da Fuipiano e di nominarsi un parroco. Le ragioni le misero per iscritto: la chiesa di Fuipiano era lontana, e con l’acqua, la neve o il ghiaccio diventava difficile arrivarci per i vecchi, i bambini, i malati e le donne incinte, così come portare a battezzare i neonati o seppellire i morti. Fuipiano si oppose, la vertenza rischiò di finire a Roma e fu il vescovo Luigi Grimani a comporla, convincendo Alino a rinunciare alla parrocchia e ad accontentarsi del cappellano. Nel Settecento altri due emigrati a Venezia lasciarono capitali per le messe: nel 1749 Pietro Cavagnis e nel 1755 Giovan Filippo Maria Milesi, con una somma che permetteva centoquattro messe all’anno — in pratica, ad Alino si celebrava quasi tutti i giorni.
La chiesa fu completamente rifatta nel 1804: ingrandita, decorata in stile tardo barocco, dotata del campanile e di nuovi arredi. La facciata, rivolta a ovest, è in pietra a vista, con il portale a sesto acuto sovrastato da un ampio finestrone; il campanile, sul lato destro, ha tre campane, calate durante la Seconda guerra mondiale per la requisizione e mai ritirate. L’interno, a navata unica, è ricco di quadri sei-settecenteschi — l’Ultima cena, il Battesimo di Cristo, San Liborio, San Pietro, San Girolamo — e ha la volta del presbiterio affrescata con la Trinità e i Quattro evangelisti. Sul fondo dell’abside sta la pala seicentesca della Madonna e Santi del veneziano Francesco Castiago, ex voto di Giuseppe Milesi, il cui stemma compare in basso a destra; ai lati, il Martirio di santa Eurosia e una Madonna con Bambino e Santi con lo stemma dei Pesenti.
Il motivo per salire ad Alino, però, sono gli affreschi di Giovanni Baschenis, della Valle Averara: la famiglia di pittori itineranti che per due secoli, di villaggio in villaggio, affrescò le chiese di paese di tutto l’arco alpino lombardo, con un repertorio pensato per chi non sapeva leggere. Nella sacrestia c’è il Peccato originale, eseguito nel 1478: Adamo ed Eva, di una grazia ancora tardogotica, stanno simmetrici ai lati dell’albero del bene e del male, attorno al quale si attorciglia il serpente tentatore — che emerge dalla chioma con il volto di Eva. Lei tiene in mano il frutto appena colto e osserva il compagno, che ne ha inghiottito un pezzo e già se ne pente, portandosi la mano alla gola. Nella stanza attigua, un secondo affresco occupa un’intera parete con cinque santi identificati dalle scritte: Giovanni Battista, Biagio, Maria Maddalena incoronata dagli angeli, Caterina d’Alessandria e Defendente. In alto a destra si legge l’anno, 1472.
10. Chiesa di Aplecchio
Dedicata a Santa Maria Ausiliatrice · Contrada Aplecchio
La chiesa di Aplecchio in una fotografia storica, quando la sacrestia non era ancora stata costruita.
Questa chiesa nasce dalla peste del 1630, la stessa che Manzoni racconta nei Promessi sposi. Nell’agosto e nell’ottobre di quell’anno tre uomini di Aplecchio, malati e vicini alla fine, dettarono al notaio le loro volontà: Merino Orlandini Mascheroni lasciava «una tribulina da erigere nella contrada», Pellegrino Zanetti Mascheroni il denaro per il calice e i paramenti, un terzo cinquanta lire «da esserli dati quando si darà inizio a la fabrica». La chiesa fu costruita appena passato il contagio; la sacrestia venne molto più tardi, e in alcune vecchie fotografie ancora non c’è.
Per tre secoli fu dedicata alla Vergine Addolorata e ai santi Rocco e Sebastiano, i protettori invocati contro le epidemie, e sull’altare stava una pala di Carlo Ceresa con l’Addolorata e san Sebastiano — nel 1861 il parroco la descriveva ancora come «un buon dipinto del Ceresa». Il quadro si deteriorò e nel 1940 fu rimosso: se ne persero le tracce. Al suo posto arrivò la statua di Maria Ausiliatrice scolpita nel 1937 da Battista Milesi, intagliatore della contrada di Pernazzaro, che ne riprese il modello dalla Madonna del Grappa: era stata pensata per il Tempio dei Caduti, ma i lavori del mosaico la lasciarono senza collocazione e il vicario Belloli decise di spostarla nella cappella di Aplecchio, inaugurata il 10 aprile 1940. Da allora la chiesa porta il nome dell’Ausiliatrice.
Ad Aplecchio passava la più lunga delle tre processioni delle rogazioni, quella del secondo giorno di maggio — dalla parrocchia a Pernazzaro, al Mulino, ad Aplecchio, alla Botta, a Frasnito, alla Ripa — e proprio qui, per un legato del 1630, si distribuiva pane di frumento a tutti i partecipanti.
11. Chiesa della Torre
Dedicata alla Santissima Trinità · Località Torre, presso Piazzacava
Il nome viene da una torre di avvistamento, di cui la chiesa faceva parte, costruita per controllare la vallata: dietro l’edificio si stringe ancora un piccolo nucleo di case. Come Alino, Torre e Piazzacava sono in territorio di San Pellegrino ma appartengono alla parrocchia di Fuipiano al Brembo.
La chiesetta fu edificata attorno al 1580, e sappiamo come, grazie a una lettera del febbraio 1581. La scrive frate Gregorio, priore del convento di San Nicola da Tolentino del Piazzo, che chiede al vescovo di Bergamo il permesso di celebrarvi una o due messe al mese: la cappella, spiega, è stata appena fatta erigere da un mercante di vino che vive a Venezia — quasi certamente un sampellegrinese emigrato — in una sua proprietà chiamata la Torre. Il mercante aveva fatto decorare cappella e altare, vi aveva messo una porta con la serratura e ne aveva consegnato la chiave al frate, chiedendogli di procurare la pietra sacra per la mensa.
L’edificio è bianco, con la fascia di base in pietra a vista e la facciata rivolta a ovest, preceduta da un sagrato in erba; l’interno è a navata unica con volta a botte, e l’altare in muratura addossato alla parete di fondo.
Sopra l’altare stava la pala seicentesca con l’Incoronazione della Vergine con la Santissima Trinità e i santi Giuseppe e Sebastiano: in basso c’è il volto del committente, Bassano Milesi. Nella navata c’era una seconda tela, del 1763, con San Francesco in preghiera, e anche qui il ritratto del donatore, con il nome nell’iscrizione alla base: «Carlo Milesi qm Sebastiano per sua divotione l’anno 1763». Non nobili, non enti: due uomini della contrada che pagarono il quadro e vollero restarci dentro. Oggi le due tele sono conservate nella sacrestia della parrocchiale di Fuipiano.
12. Cappella di Pernazzaro
Dedicata alla Beata Vergine del Carmine · Contrada Pernazzaro.
Nei documenti antichi la contrada si chiama Prato Nazario — così in un atto del 1613 — e il nome ricorda quando questi versanti erano soprattutto prati da fieno. Per tre secoli Pernazzaro è stata al centro di una disputa ostinata: se appartenesse alla parrocchia di San Pellegrino o a quella di Fuipiano. Il confine fissato nel 1462 seguiva un torrente, la Val Borlezza, e a leggerlo alla lettera Pernazzaro finiva a Fuipiano; ne discussero, in ordine, la Curia di Bergamo, il Tribunale arcivescovile di Milano, la Nunziatura apostolica di Venezia e la Sacra Rota romana. Gli abitanti, nel frattempo, non ebbero dubbi: nel 1849 i capifamiglia firmarono una dichiarazione in cui certificavano che «ab immemorabili» le contrade erano sempre appartenute a San Pellegrino e che si opponevano «di piena loro spontaneità» a qualunque innovazione. La spuntarono.
La cappella è una piccola edicola votiva a pianta rettangolare, con due lesene che reggono l’architrave e un arco centrale chiuso da un cancello, attraverso il quale si vede l’interno. Esisteva già nel 1912, quando il capomastro Angelo Gherardi ne preparò un progetto di ampliamento rimasto sulla carta. Il dipinto della Madonna del Carmine è opera del gandinese Pietro Servalli.
La cappella della Beata Vergine del Carmine a Pernazzaro.
13. Tempio dei Caduti
Già chiesa di San Carlo Borromeo · Piazza Locatelli, centro
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Il Tempio in una fotografia scattata poco dopo la costruzione, con il sagrato non ancora sistemato. |
Il Tempio visto da monte, con gli edifici delle Terme sullo sfondo |
La storia comincia nel 1619, quando sul registro della confraternita compare per la prima volta un altare di San Carlo — erano passati nove anni dalla canonizzazione dell’arcivescovo di Milano — e la comunità inizia a costruire una chiesetta alla Gerra, così detta per la ghiaia che il Brembo senza argini depositava dappertutto. Nel 1630, l’anno della peste, la chiesa è pronta; è di quell’anno il testamento di Pellegrino Milesi, che lascia duecento lire «a far la cornice overo ornamento attorno al quadro di S. Carlo» e altre duecento perché quel quadro sia illuminato ogni sabato notte. Il quadro è la pala di Baldassarre d’Anna — firmata «Balthasar D.Anna pinse» — pittore veneziano di origine fiamminga, allievo di Leonardo Corona e della scuola di Palma il Giovane: è oggi conservata in casa parrocchiale.
Tre secoli dopo la chiesetta si trovò in mezzo alla strada, letteralmente: il Comune voleva allargare la via che portava alle Terme e San Carlo stava proprio all’imbocco. Fu il segretario comunale Lodovico Albergoni a proporre di unire due necessità, la chiesa da ricostruire e il monumento ai quarantadue sampellegrinesi caduti nella Grande Guerra: nel novembre 1919 il Consiglio comunale deliberò all’unanimità l’erezione del Tempio della Vittoria, affidandone il progetto all’ingegner Luigi Angelini. La prima pietra fu posata il 26 settembre 1921, la vecchia San Carlo demolita nel 1922, l’inaugurazione arrivò nell’estate del 1925.

Il progetto di Luigi Angelini per il Tempio della Vittoria, in una veduta prospettica acquerellata.
Angelini spiegò così la sua idea: dare all’edificio religioso un senso di monumentalità, con una pianta a croce greca simmetrica rispetto a un centro e la parte alta sopraelevata a tiburio, «in analogia agli esempi delle architetture quattrocentesche lombarde», ma con un’impronta più vicina all’arte bizantina. Anche i materiali dicono la stessa cosa: pietra scura lasciata a vista, coperture in ardesia grigio piombo, nessuna nota di colore, «la voluta armonia di severità austera». Sulla fronte, in caratteri di metallo, l’epigrafe dettata da don Davide Brevi: Patriae peremptis – Victoria sospite.
L’apparato decorativo fu eseguito fra il 1923 e il 1924, quasi tutto su disegno dello stesso Angelini e da artisti bergamaschi. La lunetta sopra il portale, intagliata nel legno con un caduto sorretto dalla Patria ai piedi della croce, è dello scultore Giuseppe Manzoni — lo stesso della lunetta in marmo sopra la porta di San Nicola — e porta inciso il distico «Nella luce di fulgida gloria, con l’amor della memore patria». Le otto figure che coronano l’ottagono della cupola, reggendo i simboli della guerra e della vittoria, sono di Giuseppe Siccardi. All’interno l’altare in pietra arenaria, donato dalla famiglia Colleoni, fu eseguito da Gianni Remuzzi; la porticina del tabernacolo è sbalzata dal cesellatore Attilio Nani, le lampade, i candelieri e la croce in ferro battuto sono di Francesco Tironi di Sedrina, le porte e il portone del falegname Giovanni Villa. Il presbiterio fu decorato da Giovanni Fasciotti, con i tre medaglioni dell’altare del pittore Umberto Marigliani: san Carlo, in ricordo dell’antico oratorio, san Martino patrono della fanteria e santa Barbara patrona dell’artiglieria.
Il Tempio della Vittoria in una cartolina d’epoca.
La decorazione si concluse nel 1941 con il mosaico, su cartoni del pittore romano Filiberto Sbardella, eseguito dallo Studio d’Arte del Mosaico De Min di Venezia sotto la direzione di Angelini e finanziato dai combattenti del paese. Il programma è tutto leggibile: nella
cupola il Padre Eterno, le tre virtù teologali e, nei pennacchi, le quattro cardinali; sopra le arcate quattro episodi biblici scelti per parlare di guerra — Debora che infonde coraggio ai soldati d’Israele, Mosè che prega con le braccia sorrette da Aronne e Hur, la sepoltura notturna di Saul e Gionata, Davide contro Golia; e nelle navate laterali sei scene della guerra 1915-18, dalla messa al campo alla partenza del soldato, dalla difesa dei baluardi ai frutti della vittoria. Non fu un cantiere pacifico: la Commissione diocesana per l’Arte Sacra approvò le scene bibliche ma respinse i cartoni patriottici, e il vescovo Bernareggi fece rimuovere la figura della Trinità posta in cima alla cupola, sostituita dal Padre Eterno che si vede oggi. Nella stessaoccasione la Via Crucis lignea del 1934, con le cornici intagliate da Battista Milesi, fu trasferita al santuario di Caravaggio. Sul campaniletto a vela, disegnato da Angelini nel 1939, suonano le tre campane della vecchia San Carlo.
Una cerimonia davanti al Tempio, con la banda e la popolazione,mentre intorno all’edificio i lavori erano ancora in corso.
Fonti: Pietro Giovanni Galizzi, Le chiese di San Pellegrino (1942) e «La parrocchiale di S. Pellegrino dalle origini ai restauri del 1941», in Bergomum, 1942; don Piero Minossi, Storia delle chiese di San Pellegrino Terme; Luca Zonca, Elenco delle opere mobili e immobili eseguite nella chiesa parrocchiale e poi prepositurale, nelle chiese sussidiarie e nelle cappelle della parrocchia di San Pellegrino (2022); Le nostre 25 chiese. Unità pastorale Medio Brembo; schede di inventario della Diocesi di Bergamo; archivio storico parrocchiale di San Pellegrino.
TRACCIAMENTO PERCORSO SUSSIA E DINTORNI - ITINERARIO A PIEDI TRA CHIESE, SANTELLE E BORGHI DI SAN PELLEGRINO TERME
Descrizione percorso
Tipologia percorso: ad anello
Totale Km: 14 km
Totale Dislivello: 1560
Dislivello positivo: 780 m
Partenza: Tempio dei Caduti (https://maps.app.goo.gl/ExAvxrxrETNHusPt9)
Arrivo: Chiesa Parrocchiale di San Pellegrino Vescovo e Martire (https://maps.app.goo.gl/rBCpez6pxhPbXB8i7)
PERCORSO :
1. Tempio dei Caduti
2. Madonna del Carmelo
3. Chiesa della Torre Piazza Cava
4. Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice (Aplecchio)
5. Chiesa di San Bernardino (Alino)
6. Chiesa dei sette dolori
7. Chiesa di San Michele (Vettarola)
8. Chiesa di San Michele (Sussia)
9. Cappella Madrera
10. Chiesa di Santa Maria Assunta (Vetta)
11. Chiesa di Santa Beata Vergine di Lourdes (Frasnito)
12. Chiesa Parrocchiale di San Pellegrino vescovo e martire (San Pellegrino Terme)
Tra il punto 3 e il punto 4 si passa dalla Val Borlezza.







